Locanda equo e solidale…perchè non ci pensi?
5 Novembre 2007 at 0:52 | In Aperitivi, Bologna, Da rivedere | Leave a CommentTags: Cafè de la Paix, via Collegio di Spagna
È una serata strana. Clima generalmente spossato e una tensione diffusa che già di per sé infastidisce. L’oscurità ormai ha preso il sopravvento sempre più velocemente sulla luce e…si è ancora in ufficio, che allegria!! Urge una inversione di rotta per non approdare nella inevitabile malinconia autunnale. Si organizza un aperitivo veloce e partiamo allo scoperta di un nuovo lido aperitivizzato. Non siamo in molti ma la pioggia ci coagula in un unico essere pensante: nel senso che…di tre cerveli ne facevamo uno. Dopo un lungo pellegrinare sotto la pioggia, questa volta a fare le spese delle nostre recensioni è il fatidico Equinozio Cafè de la Paix, in via Collegio di Spagna.
Mai l’aggettivo “fatidico” è stato usato più propriamente. Il locale infatti ha predetto il fato alla coppia più sposata che io conosca. La leggenda, infatti, narra di un americano e una sarda che incontratisi in questo locale si siano poi innamorati perdutamente e, per saldare il loro patto d’amore, abbiano deciso di unirsi in matrimonio non una ma tre volte, nel rispetto delle diverse tradizioni sarde, americane e vattelappesca. Morale: o voi sarde, diffidate quando un americano vi invita in un locale equo-solidale…non è solo per fare quattro chiacchere, ha intenzioni più impegnative. A tal proposito, se volete un invito disimpegnato…non esitate a contattarmi.
Comunque sia, spostandoci dalla fiaba alla realtà, la locanda equo e solidale è sicuramente un ottimo posto per innamorarsi ma potrebbe dare di più per l’aperitivo.
Entrati fradici e infreddoliti dalla pioggia, attraversiamo la prima sala in cui si trovano pochi tavoli davanti alla vetrina (siamo megalomani, questo è vero ma come manichini abbiamo già dato…leggi recensioni precedenti) ed entriamo nella sala del bancone, dove due persone sono indaffarate a pulire o a preparare qualcosa di misterioso. Mi è venuta in mente la scena dei pranzi natalizi, dove al mattino la cucina è un posto off-limits per chiunque non indossi un grembiule e non possa vantare una esperienza almeno decennale con i fornelli. Alla fine i due gestori, alzano la testa e ci invitano ad accomodarci. Tra i tavoli accanto al bancone e la sala al piano superiore, preferiamo la seconda. Ci liberiamo di tutti gli indumenti bagnati comportandoci come se fossimo in campeggio e ci sediamo in un tavolo posizionato ancora sulla struttura di legno antecedente la sala, sostanzialmente la prosecuzione delle scale che permettono di salire.
Già la prima vista non è tra le più gratificanti. Dalla nostra posizione abbiamo una chiara panoramica su tutto quanto succede dietro al bancone, e non succede molto
.
Non ci appaiono taglieri imbanditi e montagne di patatine che scricchiolando scivolano verso il bancone…oh!! a me le patatine (senza illusioni maliziose) piacciono un sacco, ne mangerei una vagonata. Ma in fondo è una locanda equo e solidale, “cosa ti aspetti!?”…molti si chiederanno. Eh, sì, una locanda equo e solidale…(devo dire al mio analista che continuo a parlare da solo)…ma perchè deve necessariamente essere al di fuori da logiche attrattive. Non dico di omologarsi agli altri locali, ma si potrebbe sfruttare meglio il fenomeno aperitivo per riuscire ad evadere da quella condizione di nicchia in cui molto spesso è relegata. In fondo, l’aperitivo equo e solidale potrebbe essere una leva su cui puntare in chiave di miglioramento, perché no!? E’ un pò il dramma che la sinistra ha sempre vissuto in Italia, abili all’opposizione impacciati al governo. Liberiamoci di certi ruoli…a cominciare dall’aperitivo.
Diversi sono i prodotti provenienti da un commercio equo e solidale, noi scegliamo tre prosecchi, anche invogliati dall’aggiunta didascalica “inclusa stuzzicheria“… La fame cominciava a farsi sentire e un prosecco…a secco…avrebbe scaraventato una scimmia sulle nostre teste in pochi secondi. Sorseggiamo i tre prosecchi infervorati dalle nostre discussioni ed il tutto accompagnato da un tipo di focaccia scaldata fatta in casa e una sorta di erbazzone tagliato a spicchi. Facciamo un altro giro di prosecco e ci viene portato nuovamente un altro giro di focaccia, questa volta chiaramente bruciata alla base. Il costo di ogni prosecco è 4 euro.
Ambiente estremamente calmo, colori tenui e assolutamente contenuti in un arcobaleno di tonalità scure…nel dubbio mi sono lanciato in un tocco scaramantico!! È il clima ideale per una bella chiacchierata, conversazioni fluide non disturbate da rumori o andirivieni fastidiosi. Il dialogo ritrova la sua centralità, e questo è da premiare. Ma manca il contesto, il contorno. Se il dialogo si accende, tutti gli altri sensi si spengono, non ricevono stimoli. L’intenzionale pacatezza del locale, se da una parte rappresenta un elemento favorevole all’interazione, dall’altra finisce per togliere carattere al locale. La locanda è anche una sorta di bazar di manufatti e libri sul commercio equo e solidale, e proprio questa duplice funzionalità compromette una fisionomia chiara e distinta. Forse è più un locale da tè che da aperitivo…oh!! alla fine uno non riesce ad eccellere in tutto (basta parlare da solo dallog).
Ormai sono circa le 21 e i gestori ci sollecitano all’uscita. Siamo gli ultimi ad uscire e al passaggio degli altri ragazzi dalla sala attigua, la struttura in legno, su cui noi sostavamo, ha cominciato a vibrare suscitando inevitabilmente osservazioni sulla pesante alimentazione dei giovani d’oggi. Siamo usciti e ancora pioveva, ma nella testa il prosecco aveva asciugato ormai tutto. Solo un pensiero era rimasto intatto…Cafè de Paix, non hai l’aperitivo nelle tue corde, ma sei una realtà da valorizzare. Ti teniamo osservata!!…
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